Gaito Antonio

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Gaito Antonio2019-12-09T17:05:04+02:00

Antonio Gaito

INGLESE medie

È sempre difficile doversi presentare.

Era già difficile quando dovevamo farlo da piccoli, alzandoci in piedi imbarazzati di fronte ai nostri nuovi compagni di classe, figuriamoci da adulti, quando si è “quello nuovo” proprio in quel posto dove tanto speravamo di essere.

Ma effettivamente non serve andare troppo in là, è difficile presentarsi anche in occasioni più quotidiane: quante volte ci capita di dover dire “piacere”, impegnandoci così tanto nel pronunciare il nostro nome da dimenticare immediatamente il nome dell’altro? Ci avete mai fatto caso?

Tutta questa difficoltà nasce dalla nostra inettitudine di pronunciarci ad alta voce e dire al mondo chi siamo; siamo goffi, così come sarò goffo io nel presentarmi adesso. Tuttavia ci proverò lo stesso. Magari anche senza troppi giri di parole, anche perché volevo iniziare le mie righe riprendendo il modo di scrivere di Oscar Wilde, e sono finito con il sembrare una versione umile di Papà Castoro raccontaci una storia.

Sono Antonio, ho 26 anni ed insegno inglese.

Cosa faccio nella vita? È un po’ riduttivo rispondere con un solo elemento, forse voglio perdere altro tempo e spendere qualche riga in più. Voi potete smettere di leggere e andarvi a fare due spaghi; lo farei anche io se non avessi il terrore del carboidrato fuori pasto. Ma torniamo a noi.

Da piccolo, quando la maestra Anella mi diceva di disegnare cosa volevo essere da grande, facevo sempre due disegni: io su un grande palcoscenico (probabilmente era Broadway – ne sono certo – ma chiaramente l’unico teatro che conoscevo a quell’età era l’aula magna delle Suore Oblate, che mi sembrava comunque idonea, quindi mettevo quella), e poi c’era l’altro disegno, ossia io davanti ad una grande lavagna mentre insegnavo ai miei alunni non si sa bene cosa, però comunque da come li disegnavo sembravano tutti attenti (compresa la maestra, che puntualmente disegnavo sempre seduta in fondo).

Cosa ho fatto? Ho passato la mia adolescenza  studiando danza in accademia, appassionandomi alle lingue straniere e andando male in matematica poiché sapevo contare solo da 1 a 8 come la musica mi aveva insegnato; il tutto condito dalla speranza di realizzare il mio sogno: passare il resto della mia vita su un palcoscenico.

Ma allo stesso tempo avevo il sogno di diventare professore.

Cosa ho scelto oggi? Nulla, ho trovato la giusta crasi, il vero patto, il connubio della vita.

Del resto essere professore non vuol dire affatto aver fatto la scelta giusta, ma essere stato scelto poiché in un modo o nell’altro quella scelta ti appartiene. Così come l’albero appartiene alla terra ed il latte appartiene alle Gocciole la mattina.

Ed eccomi qui. Oggi passo i miei giorni di fronte alle mie classi, a scuola, con il gesso in mano: questo è forse il palcoscenico migliore sul quale potevo esibirmi. Meglio dell’aula magna delle Suore Oblate, meglio di Broadway, vivendo ogni giorno lo spettacolo di trasmettere qualcosa insegnando quel poco che so.

So che ogni mestiere è bello, ma io sono innamorato del mio.

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